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Valdino TOMASIN

Recapito: Via Raparoni, 14 RONCHI DEI LEGIONARI
Tel. 0481.064144 Cell: 348.5767668

Quando ci si trova di fronte ad un artista complesso come Valdino Tomasin, è opportuno procedere alla sua com­prensione per strati, liberando i vari piani che si sovrappongono a determinare l'opera completa. Non mi sento, tuttavia, di suggerire un percorso preciso che proceda, ad esempio, secondo una scansione cronologica e che, dunque, consideri le ultime creazioni come semplice sommatoria di un lungo iti­nerario artistico. Mi permetterei piuttosto di disassemblare i pezzi della costruzione, per lasciare all'osservatore il compito di rimontarli. Così inizierei dal livello emotivo, che mi appare vibrante ed intenso, quasi aggressivo nel palesarsi agli altri con sofferta sincerità. Tomasin sembra un cantore della umana caducità, dove il male e la violenza sono il lascito di una natu­ra ferina che il progresso non cancella, semmai traveste sotto altre spoglie. Nello svelare questa realtà che si compie quoti­dianamente tanto come avvenimenti fattuali che atteggiamen­ti mentali, egli si serve di esseri  zoomorfi, di entità vagamen­te antropomorfe che agiscono, si muovono, si affollano su superfici che rimangono, comunque piatte e non volumetriche. E' un pantheon del dolore, schiacciato nelle sue responsabili­tà e nei suoi patimenti dal torchio dell'esistenza. Ed ecco allora aprirsi un piano più profondo nella lettura di Tomasin: quello inconscio. E' un mondo fantastico, fortemente simbolico, ed il simbolo, in psicanalisi, appartiene alla cate­goria dei segni. L'artista trova il modo di esteriorizzare, per­tanto, una percezione interiore che, per la sua profondità è inconoscibile ed indefinibile, ma avvertibile nella sua tremenda forza. Essa non può materializzarsi, quindi, secondo una forma armonica, ma solo per via simbolica. In questo passag­gio, Tomasin ripercorre semplicemente le linee espressive del­l'umanità primordiale, di quell'arte selvaggia dove ogni segno si carica di magia e di significati condivisi dai partecipanti a quella cultura. Nella nostra società globale, il linguaggio spontaneo di Tomasin diviene universale estrinsecazione di archetipi collettivi trasversali alla nostra civiltà. Non serve dun­que richiamare, sfogliando l'artista, assonanze con altri espo­nenti dell'arte contemporanea, Picasso o Chagall, per citare quelli che sembrano a lui più prossimi. Bisogna invece anda­re più indietro, semmai, alla spontaneità primitiva o all'influen­za dell'arte celtica, ben nota a Tomasin. Se dunque si sono in parte venuti a disvelare alcuni contenuti dell'opera di questo artista, comprese le sculture che altro non sono che rivelazio­ni totemiche, rimane da scoprire la significatività del colore che è la componente di grande relazionalità di Tomasin, fin dai tempi lontani dell'astrattismo. Una tavolozza cromatica funzionale alle forme ed alla comunicazione in atto, arricchi­tasi e maturata nell'esperienza sudamericana che prosegue e nella quale cultura, non a caso, Tomasin trova grandi consen­si e immediata rispondenza. Ripartendo dal colore che, anche nei suoi eccessi, rende accettabili gli incubi del buio, credo si possa, così, iniziare a ricomporre la lettura complessiva di questo artista così intenso e sincero.

Fabio Favretto

 “La mia arte ha successo perché ho saputo osservare i migliori artisti di tutti i tempi che si avvicinavano al mio modo di fare arte. Sono ateo: ma nel silenzio della notte prego Dio creatore dell’universo che sta dentro me! Lo imploro direttamente senza mediatori anche se questi si trovano dentro un tempio..”

Valdino Tomasin

Valdino Tomasin nasce nel 1936 e trascorre la sua infanzia tra Selz, Soleschiano e Belvedere di Aquileia, a seconda di come le vicissitudini della guerra conducono i suoi genitori a rifugiarsi. Ha paura, il bambino, di quegli " uomini neri ", arroganti, violenti che entrano nella scuola e costringono ad una divisa ed ad un saluto con la mano tesa. Sono cattivi e con loro quelli con la svastica che nel 1944 a Selz mettono al muro i civili. Tomasin disegna quello che vede e che sente. Poi arrivano gli altri. Lo stesso bambino, adesso, viene inviato, durante l'occupazio­ne titina in colonia a Kranj ed il nero diventa rosso e la mano tesa un pugno chiuso. Quel bambino disegna ancora, perché la storia si ripete anche nel suo opposto. I fogli, con quei segni tremendi proprio perché testimonianza dell'ingenuità, conservati per anni diventano opere pitto­riche.

Mostre personali e collettive

Ha esposto 280 volte, e le più importanti sono state:

1972

Palazzo delle Esposizioni Roma

1973 e 1974

Apparso sul Catalogo Nazionale Bolaffi d’arte moderna

1981

Selezionato ad esporre alla Triennale di  Tarcento con i migliori artisti del Nord-est d’Italia

1992

Galleria Galpon (Venezuela) in occasione del 500° anniversario della scoperta dell’America

2011

Centro Arti Plastiche di Udine, a Villa Manin , Passariano (Ud)

La valle incantata
Selz dietro la Rocca

Ragazzo con fionda
ferro

 


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